Le storie, grazie all’invenzione dei media franchise, hanno aumentato enormemente la loro capacità di espandersi nel tempo e nello spazio. Ma una storia non può - e non deve - essere infinita.

“Ma questa è un’altra storia e si dovrà raccontare un’altra volta” – Michael Ende

Quarant’anni fa Michael Ende pubblicò il romanzo fantastico La storia infinita. Di esso, molti di noi ricorderanno soprattutto l’omonimo adattamento cinematografico del 1984, che è stata tra le pellicole fantastiche di maggior successo di quegli anni. La storia infinita è una vera perla della letteratura fantasy – un metaromanzo (vale a dire, un “libro nel libro”) – con una cornice narrativa complessa e un impianto generale che è già poetico nel suo apparire, così com’è strutturato. Ognuno dei 26 capitoli, infatti, inizia con una delle altrettante lettere dell’alfabeto tedesco, in ordine dalla A alla Z.

Nonostante il titolo, il romanzo - ça va sans dire - non è affatto infinito. Nel Regno di Fantàsia, principale ambientazione del libro, tutte le storie devono avere una fine, e nonostante ogni storia ne contenga un’altra, in un circolo senza fine, Michael Ende non ha mai scritto un seguito o un ampliamento della sua opera. Così, egli ammette che ci sono innumerevoli “altre storie” che si dovranno raccontare “un’altra volta”, ma che resteranno fuori dalle vicende raccontate dall’autore. Paradossalmente, ne La storia infinita c’è un grande senso di finitezza: ogni chiusura potrebbe essere un incipit per una nuova narrazione, ma noi seguiamo l’avventura di Bastiano, il protagonista del libro, perché la sua storia deve essere finita (dalla A alla Z, appunto). Solo il Regno di Fantàsia non ha confini nello spazio e nel tempo ed ha quindi una storia infinita.

Oggi la massima aspirazione che ha ogni storia è quella di essere infinita. Infatti le grandi saghe, quelle di successo, non hanno confini: né nello spazio, poiché vengono raccontate ovunque e diffuse con un gran numero di mezzi (libri, film, fumetti, serie tv), né nel tempo, poiché possono essere raccontate un numero infinito di volte e sembrano non concludersi mai. Non ci sono confini nemmeno dentro le storie: ogni spazio e ogni tempo dell’universo, infatti, è esplorabile tramite sequel, prequel e spin-off. Ogni personaggio secondario, ogni dettaglio, ogni periodo ha il suo momento e il suo potenziale per essere raccontato.

I grandi fenomeni narrativi di massa degli ultimi anni sono tutti così.

Harry Potter è iniziato con la pubblicazione di sette romanzi e tre pseudobiblia tra il 1997 e il 2007, che hanno poi dato vita a una delle serie cinematografiche più redditizie di sempre, composta fin ora di dieci film (otto della serie originale e due della serie prequel degli Animali Fantastici), vari videogiochi, parchi a tema, uno spettacolo teatrale e un sito web, Pottermore, pieno zeppo di materiale narrativo inedito. Anche senza considerare i prodotti dei fan (fan film, fan fiction, fanart) e tutto il materiale non ufficiale, il corpus narrativo si è dilatato a dismisura. La storia dei romanzi originali è diventata molto di più: è finita per diventare un media franchise, ovvero il marchio di un universo (il “Wizarding World”) che è fonte inesauribile di storie. Lo stesso è avvenuto per Il Signore degli Anelli, Star Wars, Il Trono di Spade e i fumetti della Marvel, per citare gli esempi più conosciuti (i “pesci grossi”).

Il loro essere media franchise, ovvero la capacità di essere economicamente proficue, permette a queste storie di espandersi, gonfiarsi, anche quando la forza del materiale di partenza si è esaurita o quando il nuovo filo narrativo non ha conservato la potenza della narrazione originale. Ognuno ha in mente i propri esempi di diramazioni di storie che non vanno da nessuna parte. Ed è questo uno dei maggiori problemi delle “storie infinite”, anche quando sono immersive e grandiose: hanno confini dettati dalla loro capacità di essere redditizie, e non di essere “buone storie”.

Per fortuna ogni storia finisce, ed è giusto così. Il nostro tempo è finito e non abbiamo tempo per storie infinite, anche quando il loro immaginario fa un sacco di soldi.