Per la Disney sono la gallina dalle uova d’oro, ma i remake live action sono paragonabili a quella battuta divertentissima che, dopo averla sentita per la quinta volta, non fa più ridere. Inoltre, nel lungo termine potrebbero essere un boomerang.

Nel 1996, affidandosi alla regia di Stephen Herek, Disney fece per la prima volta un rifacimento in live action di uno dei suoi film: si trattava de La carica dei 101, remake della pellicola d’animazione del 1961. Con il claim “Questa volta la magia è vera” e una fenomenale Glenn Close nel ruolo di Crudelia De Mon (nominata ai Golden Globe), il film fu un successo al botteghino. Forse è vero che “le prime volte non si scordano mai”, ma quello è rimasto per me uno dei migliori remake della Disney: tutta un’altra cosa rispetto ai live action moderni, che hanno una dose massiccia di CGI e sembrano uno uguale all’altro.

Allora il remake era una novità e vedere i personaggi Disney “in carne e ossa” una vera magia. Poi è arrivata l’esagerazione. Di tutti i film Disney annunciati al CinemaCon per il 2019, ben quattro sono rifacimenti in live action di film che la casa di Topolino ha già prodotto e distribuito. Dumbo, uscito nelle sale a marzo, è il remake dell’omonimo film d’animazione del 1941; Aladdin, Il re leone e Lilli e il vagabondo, anch’essi in programma quest’anno, sono le nuove versioni di film Disney che risalgono rispettivamente al 1992, al 1994 e al 1955. Sono solo alcuni titoli di un percorso ben più lungo che la Disney ha intrapreso nel 2015 con Cenerentola (dal classico del 1950), che ha continuato a percorrere nel 2016 con Il libro della giungla (dal film del 1967), nel 2017 con La Bella e la Bestia (dal film del 1991) e che ci porterà – ormai è sicuro – agli adattamenti de La Sirenetta, Mulan, Pinocchio e Il Gobbo di Notre Dame nel corso dei prossimi anni.

Sembra che la Disney, invece che compiere lo sforzo di fondare nuovi immaginari e nuovi mondi (che è il suo punto di forza da sempre), da qualche anno non sappia far altro che portare al cinema rifacimenti delle sue vecchie storie, sfruttando la capacità attrattiva che questi remake hanno di per sé (essendo un repertorio già conosciuto e amato pressappoco da tutti). E non importa se questi film, a fronte delle decine e decine di milioni di budget, fanno incassi mediocri: si sarà comunque risparmiato tempo e denaro nella produzione di nuove idee, riavviato un merchandising redditizio senza sforzo, e, soprattutto, si sarà evitato il rischio imprenditoriale che portare una nuova storia sul grande schermo comporta.

La cosa più preoccupante di questa tendenza, alla quale possiamo certamente assimilare i vari “sequel” live action (Alice in Wonderland e Mary Poppins) e le rivisitazioni (Maleficient e il futuro adattamento Cruella), che seguono le stesse regole, è che sembra che la Disney stia facendo troppo affidamento sul rinnovamento di vecchi franchise, piuttosto che investire adeguatamente su nuove storie e nuovi adattamenti – che restano in una posizione marginale nella loro strategia generale (si vedano i tentativi fallimentari dell’anno scorso, come Nelle pieghe del tempo e Lo schiaccianoci e i quattro regni).

A questo ritmo, la materia da prima da remake finirà nel giro di qualche anno, lasciando presumibilmente un vuoto. Cosa succederà allora? Con l’arrivo del nuovo servizio di streaming on-demand Disney+ la necessità di una gran quantità di contenuti anche “originali” si farà ancora più stringente e le recenti acquisizioni dei franchise Marvel e Star Wars – per quanto fruttuose - potrebbero non bastare a colmare l’assenza di nuove narrazioni.

Potrebbe non essere sufficiente, in futuro, raccontare sempre la stessa storia.