Di It – Capitolo due si è detto molto. Soprattutto, si è marcato i suo non essere all'altezza delle aspettative del film precedente. Ecco perché secondo me un fan del libro, però, non può che esserne che sorpreso.

Sono passati 27 anni dalla scomparsa di It. A Derry, la cittadina del Maine che è da secoli il territorio di caccia della misteriosa entità, si respira la solita normalità e opulenza. Derry è una cittadina mediocre, la cui stessa sopravvivenza e prosperità è sospetta e immeritata. Si direbbe un anno tranquillo come i precedenti se non fosse per la sparizione di qualche bambino e di qualche bambina, che, come al solito, desta poco la curiosità della cronaca locale e ancor meno stimola gli interventi delle forze dell’ordine. Sarà la misteriosa scomparsa di Adrian Mellon, un ragazzo omosessuale vittima di un’aggressione durante la fiera di Derry, a convincere Mike Hanlon a richiamare in città i suoi amici dell’estate del 1989: It è tornato e c’è una vecchia promessa da mantenere.

Sono andato a vedere questo secondo capitolo di It con grandi aspettative. Il primo capitolo, uscito nelle sale nel 2017, è stato il film horror con i maggiori incassi nella storia del cinema, e posso dire che su di me ha fatto un enorme presa, tanto da spingermi – l’anno scorso - a recuperare la lettura del romanzo di Stephen King del 1986, considerato all’unanimità il capolavoro per eccellenza del maestro dell’horror.

La lettura del libro non solo ha aumentato la mia fascinazione nei confronti del personaggio di It, ma anche la mia curiosità nei confronti dell’adattamento per il cinema della seconda parte della storia. Innanzitutto perché le scene degli adulti si rendono a mio avviso con maggiore difficoltà sullo schermo (Pennywise, il clown ballerino, è la parte di It che – infantile – di solito si relaziona con l’infanzia); e in secondo luogo a causa del fatto che nel romanzo non esiste una suddivisione tra l’epoca dei Perdenti bambini e l’epoca dei Perdenti adulti, ma viene tutto presentato nella medesima linea temporale principale (quella degli adulti, ovvero il presente) interpuntata da lunghe digressioni o flashback in varie epoche precedenti. Last but note least, nella seconda parte è presente una massiccia presenza di scene che avvengono fuori dal nostro piano spazio-temporale, e che difficilmente si sarebbero prestate a una rappresentazione semplice e sbrigativa.

Sotto questo punto di vista, quindi, It – Capitolo due era un film più difficile. Di fronte a ciò, il regista Andrés Muschietti ha fatto la scelta più giusta: farlo assomigliare al romanzo molto più di quanto non facesse il precedente capitolo, con lo stesso stile di narrazione basato su una sequenza temporale lineare intervallata da “ritorni al passato”. A conti fatti, questo secondo capitolo non è un film sui Perdenti adulti, ma un film su quest’ultimi che si relazionano con i problemi e le contraddizioni della propria infanzia – esattamente come avviene nel libro – e lo fanno attraverso un progressivo recupero della memoria. Di fatti, seppure questo film sia stato presentato come il film con i protagonisti cresciuti, l’infanzia è presente in questo capitolo come nel precedente, forse ancora più e meglio indagata che nel primo episodio.

Dei problemi di questo film si è parlato molto. Io ritengo che sia una buona trasposizione del romanzo. Certo, ne modifica - per le necessità di resa visiva e l'esigeza di rimanere nei tempi - molte parti sostanziali, tra cui spicca la lotta finale contro It e il destino di alcuni personaggi, ma si tratta di un buon seguito del primo capitolo del 2017, dove non solo si mantengono atmosfere e premesse, ma si arricchisce il background dei personaggi. Questa pellicola, percorrendo una traiettoria originale rispetto alla trama del libro, non si limita ad esserne una traduzione fedele, ma prova a proporre una propria versione che non snaturi il senso del romanzo.

Bigger loser, bigger fear. I nostri Perdenti si sono fatti più grandi, le loro paure più complesse. A parte Stanley e Mike (cui andrebbe riservato un discorso a parte) tutte le paure dei nostri eroi si evolvono, suggerendo con ciò il vero sviluppo dei protagonisti. Se nel primo capitolo, infatti, Eddie era un semplice ipocondriaco germofobico, soggetto a una madre iperprotettiva e totalizzante, qui vediamo la completa soggezione nei confronti di questa figura materna, che nonostante tutto egli non ha mai rifiutato (ma ha anzi replicato sposando una donna simile). Billy, il leader dei Perdenti, passa dalla più elementare paura di aver perso Georgie all’autocommiserazione e al timore di non riuscire a difendere qualcuno (nel quale vede di sicuro il riflesso del fratellino). Poi c’è Beverly, la cui paura nei confronti della propria femminilità legata alle attenzioni del padre (rappresentata da It con i capelli che lei ha tagliato che escono dal lavandino) si evolve in una generica paura di affogare nel proprio passato, e Ben, del quale viene esplorato maggiormente il senso di vergogna e il timore di essere ridicolizzato. In tutto ciò, il personaggio di Richie è quello che viene rivoluzionato più di tutti, anche rispetto al romanzo: dalla paura per i clown nel primo capitolo passiamo alla paura che il suo “segreto” venga scoperto e che lui venga per questo marginalizzato.

È tutto lì a dimostrarci quanto spietato sia It che, come tutti i cacciatori, vuole utilizzare le debolezze delle proprie prede per conquistarle. Come ogni bravo predatore che si rispetti, egli non inventa alcun espediente, ma fa in modo che sia la preda a consegnargli il suo vantaggio: la paura di qualcosa, il timore di qualcos’altro. Così aveva fatto anche con Georgie, evocando l’eventualità che il fratello si sarebbe arrabbiato se non avesse riportato la barchetta a casa; così fa anche in questo secondo capitolo, quando propone a una bambina di soffiarle via un’imperfezione dal viso.

In sostanza, nonostante il primo capitolo abbia esercitato un effetto maggiore (forse anche grazie alla sorpresa) ho trovato che questo It – Capitolo due fosse un film giusto e rispettoso delle tematiche del romanzo. Non c’era altro da approfondire se non la paura – e lo si è fatto andando ancora più a fondo (e marcandolo figurativamente con la discesa nel finale del film). La pellicola non ha mancato, nonostante tutto, di far contento un fan di Stephen King, grazie alle numerose citazioni e al cammeo veramente d’eccezione. Mi sono proprio emozionato nel vedere Bill era in sella a Silver, un’ultima volta, pronto a “battere il diavolo”.