Con l'ultima puntata de Il Trono di Spade è iniziato il series finale. A prescindere da chi sarà, alla fine, il regnante dei Sette Regni, già si intravede quella che è la parabola dell'intera serie: la caduta.

SPOILER ALERT

Quando a John Ronald Reuel Tolkien chiedevano quale fosse il senso della sua opera magna, di cosa parlasse in realtà Il Signore degli Anelli, egli rispondeva che non si trattava del racconto della soggezione nei confronti del potere da parte dell'uomo, ma piuttosto di un racconto sul rapporto dell'uomo con il concetto di mortalità. Questo è, per lo meno, ciò che ricordo dalla lettura delle sue lettere. Potrei essere più specifico, o corretto, se mi mettessi a sfogliarle, ma non è qui che voglio andare a parare. Voglio dire, invece, di quanto sia importante raccogliere il senso di un'opera in un unico concetto, se si vuol dare ad essa un significato importante che vada al di là della sua trama. È un esercizio a volte difficile, ma importante: prendete un film, una serie tv, un libro che avete letto e provate a racchiuderne il senso in un unico concetto. Ad esempio, una volta ho riflettuto su quale fosse il senso di Lost e trovai che non parlava solo di gente sperduta su un'isola (anche se quelli erano gli elementi della trama), ma di redenzione personale. È come parlare di forma e sostanza.

Così, potremmo dire che Il Trono di Spade non è solamente la storia della lotta tra le varie Case del continente di Westeros per la conquista del Trono di Spade. O meglio, questo è l'intreccio de Il Trono di Spade, ma noi interessa che cosa vuole raccontare il grande quadro. È vero che tutte le storie, avendo a che fare con l'umanità, contengono in diversa misure gli stessi elementi, ma c'è sempre qualcosa che raccoglie il senso di tutto. Per me, Il Trono di Spade è il racconto sulla caduta.

E che lo sia, a mio avviso, è diventato particolarmente evidente nell'ultimo episodio, Le campane, che ha gettato una nuova luce su tutti gli altri episodi della serie. Nel volgere alla pazzia di Daenerys c'è un mix letale di tanti elementi: l'odio nei confronti di Cersei, il desiderio di ottenere ciò che crede essere suo di diritto (Il Trono di Spade), uniti alla delusione, al terrore e all'assenza di uno scopo nella sua storia personale che la rivelazione della vera identità di Jon Snow le ha portato. Una volta che Daenerys è stata abbandonata da tutti coloro i quali la tenevano aggrappata alla sua umanità (Missandei e Jorah) e privata dell'amore di Jon, le è rimasto il cieco ideale che aveva tra le mani: la liberazione dal continente di Westeros dalla tirrannia altrui. Non che non fosse intuibile da tanti piccoli indizi nel corso delle otto stagioni, ma ora è chiarissimo: il gene della pazzia Targaryen in Daenerys non è una variante recessiva, ma dominante, e ora sarà compito degli assennati destituirla.

In questa puntata, che ha giocato come tutte le buone narrazioni sulla tensione e sul rilassamento, abbiamo assistito quindi alla caduta di due regine: da una parte quella "giusta" di Cersei, spogliata di ogni difesa e annientata, dall'altra quella "bruciante" (per il Fandom) di Daenerys, personaggio che nella sua rovina è ancora più miserabile. La sua caduta, infatti - come quella di Anakin Skywalker nella trilogia prequel di Star Wars - è la caduta di un eroe. Tutto ciò, in una stagione che, a mio avviso, presenta un particolare problema: l'eccessiva affrettatezza di alcune dinamiche (come quella tra Jon e Daenerys), ostacolo principale alla buona riuscita del pathos che, a questo punto, sarebbe necessario.