Cosa c’entrano elfi, uomini e nani con il razzismo? Poco e niente, e vi spiego perché.

A maggio dell’anno scorso, l’account Twitter Norse Mithology si domandava, in risposta a un tweet dell’autore di Dungeons & Dragons Jeremy Crawford:

Come spieghi ai giovani giocatori che #DungeonsAndDragons è contro il razzismo (cosa che è, ci sono illustrazioni meravigliosamente inclusive nei manuali 5e) quando codifica i "tratti razziali" e mette in primo piano la razza come un fattore determinante dell'abilità? 6e cambierà il linguaggio usato?

Questa la risposta di Jeremy Craword:

Nelle regole di D&D, la tua razza è la tua specie, non la tua etnia. I tratti della tua specie nel gioco essenzialmente dicono: "Ecco come sei diverso da un umano." Continuiamo a parlare della possibilità di abbandonare questo uso anacronistico in futuro. #DnD

È una querelle, quella dell’abolizione del termine razza nel fantasy, che si ripete ogni tanto. La razza nei Giochi di Ruolo fantasy (Dungeons & Dragons in primis) è considerata da alcuni come anacronistica e inopportuna, e non solo in quanto a terminologia.

E qui devo fare una premessa dovuta: il titolo è una provocazione.

Non avrete certo pensato che un blog sul fantasy avrebbe propugnato una tale accusa nei confronti del suo genere d’elezione? E poi la parola “razzista”, se può essere applicata a una determinata persona o un determinato testo, a uno specifico utilizzo delle parole o prodotto culturale, non può certo essere applicata a un intero genere come il fantasy, che comprende potenzialmente un’infinita quantità e varietà di testi. Sarebbe come dire che l’horror è progressista, o che il romanzo storico è conservatore.

Però c’è un fatto. Il fantasy con il suo patrimonio di razze, nate con Tolkien e strutturate nelle varie tipologie grazie alla letteratura a lui successiva, al Gioco di Ruolo e ai videogiochi RPG, è uno dei pochi ambiti dove la parola razza è ancora usata senza avere i connotati negativi che i fatti del Novecento (apartheid, colonialismo e leggi razziali) le hanno conferito.

In Italia poi c’è un’altra circostanza da considerare, insieme alla questione della razza nel fantasy, ed è il fatto che questa faccia da pendant con l’affermare diffuso che il fantasy sia un genere di destra, assumendo erroneamente che certi generi letterari possano essere assimilabili a una determinata matrice politica. É quindi sbagliato attribuire al fantasy una portata ideologica che non ha e andrebbe approfondito anche come sia accaduto che certe destre in Italia si siano appropriate di alcuni immaginari, uno su tutti quello tolkieniano (si veda l’esperienza dei Campi Hobbit e del gruppo musicale La Compagnia dell’Anello).

Anche se vogliamo valutare l’eventualità del razzismo nel fantasy, però, le virgolette sulla parola “razzista” sono d’obbligo. Se parliamo di racconti ambientati in mondi di fantasia, infatti, non possiamo trovare quella tendenza a “sostenere che la specie umana possa essere suddivisibile in razze biologicamente distinte, caratterizzate da diverse capacità intellettive, valoriali, etiche e/o morali” (così Wikipedia parla del razzismo). Il fantasy, infatti, non divide l’umanità in razze, ma casomai inserisce l’umanità tra altre razze possibili, e parla di mondi che non sono questo mondo (e al massimo ne sono un’allegoria).

Quindi il fantasy non può essere “razzista”. Ecco, se al titolo fosse permesso di essere più lungo di due righe, la domanda non sarebbe se il fantasy è razzista o meno, ma “come dobbiamo interpretare, nel racconto fantasy, l’utilizzo di “razze” inventate (come elfi, nani, goblin, eccetera) e l’attribuzione a quest’ultime di determinate caratteristiche, più o meno stereotipate, in relazione al fenomeno del razzismo”. Le razze nel fantasy possono essere assimilate in qualche modo alle razze delle leggi razziali?

È una domanda difficile. Nel canone fantasy esistono una gran varietà di razze e il fatto che alcune di esse siano considerate malvagie o sgradevoli per loro natura (come orchi, goblin e coboldi), che ad altre siano attribuite caratteristiche stereotipate (i nani sono avidi e burberi, gli halfling socievoli e tranquilli) e che ad altre ancora sia attribuita maggior virtù e bellezza (elfi e umani) potrebbe ricordare alcuni meccanismi propri del razzismo (come il pregiudizio) e far pensare che sia giunto il momento di abbandonarle, anche a costo di snaturare il genere.

Innanzitutto, però, è diversa la concezione di razza: le categorie delle leggi razziali miravano a suddividere la razza umana, le razze del fantasy inseriscono, nella finzione, la razza umana in un contesto in cui esistono molte altre razze più o meno simili ad essa (come spiega Crawford: “Ecco come sei diverso da un umano”). Perché, se nella realtà il concetto di “razza umana” è stato destituito e delegittimato, nel fantasy dovrebbe avvenire lo stesso? Del resto, stiamo parlando di mondi fantastici, popolati da molte creature inventate, e non è così scandaloso inserire in esse una categorizzazione non valida nel nostro mondo.

Ma la motivazione più importante è la differenza negli obiettivi della “categoria razziale” tra il fantasy e il razzismo, ovvero nell’esistenza o meno di una finalità discriminatoria. Tutti i racconti hanno bisogno di diversità, e le razze, nel fantasy, sono un espediente per affascinare, creare varietà e caratteristiche; non di rado, infatti, vanno di pari passo con la suddivisione dei ruoli. Se si va all’origine della loro concezione, Tolkien non ha mai gerarchizzato le razze della Terra di Mezzo, né ha fatto degli Elfi gli “ariani” del suo mondo – egli addirittura detestava il nazismo. Nella lore tolkieniana Elfi e Uomini (le due razze principali) sono intelligenze incarnate dello stesso ordine, diverse, ma poste allo stesso livello. Ogni razza ha le proprie caratteristiche e non c’è una razza considerata più negativa delle altre.

Il male, a volte, è nell’occhio di chi guarda.