Per fare in modo che l'ultima stagione di Game of Thrones fosse all'altezza delle aspettative, agli showrunner sarebbe bastato seguire una semplice regola: tutti i debiti della narrazione vanno onorati.

Game of Thrones si conclude domani.

Finalmente.

Le ultime puntate dell’ottava stagione sono state commentate con un’insoddisfazione generale dal pubblico, dalla critica, da alcuni membri del cast e addirittura da George R. R. Martin, lo scrittore de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, che è il ciclo di libri dai quali la serie è tratta.

E se un sito web come Rotten Tomatoes ha assegnato agli ultimi tre episodi andati in onda un punteggio del 75%, del 57% e del 47% (una disfatta senza precedenti) è evidente come la gloriosa nave Game of Thrones, varata in pompa magna nel 2011, stia tornando al molo nove anni dopo facendo acqua da tutte le parti. E non mi si venga a dire che un fenomeno televisivo senza precedenti come quello di Game of Thrones non poteva che finire con l’insoddisfazione di qualcuno, perché di saghe ne abbiamo ormai viste finire già più di qualcuna senza che ci lasciassero un tale amaro in bocca.

La verità è questa: sarebbe stato difficile, anche impegnandosi, scontentare tutti in maniera così omogenea, e i colpevoli di questa débâcle hanno un nome e un cognome: quello degli showrunner David Benioff e Daniel Brett Weiss, ovvero chi ha scritto le ultime stagioni.

Non mi si vengano a riferire frasi fatte alla the higher you go, the harder you fall, perché qui il problema non è stato il rischiare troppo in termini di scrittura televisiva. Il problema sono state le enormi mancanze e l’incuria nella scrittura delle ultime due stagioni di una serie televisiva che fin ora è stata la più seguita e amata di sempre. Un fatto che mette molta tristezza al sottoscritto e a tutti coloro che hanno impiegato un grande investimento emotivo nei confronti del Trono di Spade, rendendolo materia di discussione e parte della propria vita da qualche anno a questa parte. Ormai è chiaro: noi spettatori/fan, il cast e di sicuro tutti coloro i quali hanno lavorato allo show con impegno e dedizione ci meritavamo qualcosa di meglio, perché il finale è sempre la cosa più difficile, ma anche la cosa più importante di una storia.

In questo articolo vorrei soffermarmi su uno degli aspetti che hanno reso quest’ultima stagione così detestabile.

Se avete seguito la vicenda, già sarete al corrente di alcuni buchi di trama, inesattezze e passaggi troppo affrettati che sono stati messi in luce qua e là da varie parti, ma qui vorrei parlare di altro. Perché questa storia ha fatto una delle cose peggiori che possono fare le storie: ha mancato di onorare i propri “debiti narrativi”.

L’espressione “debiti narrativi” proviene da una lettera di J. R. R. Tolkien scritta nel 1957. Egli racconta come l’ultimo volume de Il Signore degli Anelli sia stato il più difficile da scrivere a causa dei molti debiti narrativi che aveva accumulato fino a quel momento nei due libri precedenti. Un’efficace definizione di questi “debiti narrativi” di cui parla Tolkien, ripresa dall’introduzione di una raccolta di saggi sulla trilogia di Peter Jackson1, è la seguente:

Scene che devono apparire più tardi nell’ordine narrativo al fine di collegarsi con promesse fatte in precedenza nella storia, riducendo il numero di punti in sospeso e di elementi irrisolti.

Si tratta di un principio fondamentale della narrazione conosciuto da tutti quelli che si occupano di storie, riassunto anche dalla famosa frase di Anton Checov:

Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari.

Una regola da non trasgredire che dice, in sostanza, che nell’economia di una storia ogni cosa deve esistere per assolvere a una funzione precisa.

Tolkien, nello scrivere il suo finale ha voluto rispettare tutti i “contratti” che aveva stipulato con il lettore, perché sapeva che in una buona narrazione tutti gli elementi devono avere una propria risoluzione.

Per capirci, prendiamo da Il Signore degli Anelli degli esempi di "debiti narrativi" che Tolkien ha onorato correttamente. Ne La Compagnia dell’Anello Galadriel fa due regali particolari a Frodo e a Sam (due regali che, a differenza di quelli fatti agli altri membri della Compagnia non sono di utilità immediata). A Frodo regala una fiala d’acqua del suo specchio, al cui interno è conservata la luce della Stella di Eärendil, per le ore più buie del viaggio del Portatore, mentre a Sam regala una scatolina con la polvere di Lórien per concimare la terra della Contea, una volta tornato a casa.

L’intero passaggio sarebbe, con il senno di poi, per il lettore molto insoddisfacente se questi due oggetti non si rivelassero utili entro la fine del racconto e se venissero in qualche modo “dimenticati” dal narratore, ma questo non succede. Prima che si concludano le pagine de Il Ritorno del Re si presenta il bisogno di usare entrambi gli oggetti: si servono della fiala nella buia tana di Shelob e della polvere una volta tornati nella Contea (nel frattempo resa arida dal male di Saruman). Nello scoprire che l’evento originale (il dono da parte di Galadriel) è stato necessario per la risoluzione di eventi successivi, questi debiti narrativi vengono onorati. Lo stesso avviene con la cotta di Mithril donata a Frodo da Bilbo, che gli salverà la vita.

Ma il debito narrativo non riguarda solo gli “oggetti di scena” (come la pistola di Cechov). Qualsiasi elemento della narrazione, infatti, è oggetto di promessa. Seguendo la stessa logica, è evidente come Aragorn dovesse impugnare ad un certo punto la spada spezzata Narsil e diventare Re, o come Gollum dovesse a un certo punto della storia rivelarsi tanto minaccioso quanto cruciale per la distruzione dell’Anello.

Ma veniamo al nostro Trono di Spade. Durante una serie TV di otto stagioni si fanno una gran quantità di promesse. Quando queste non vengono rispettate il pubblico è giustamente autorizzato a parlare di plot holes, buchi di sceneggiatura, o a denunciare loose ends, personaggi e situazioni che, alla fine, non sono serviti a nulla o non hanno rispettato le promesse fatte dalla loro propria esistenza nella narrazione. Un caso plateale in cui questo avvenne fu la serie Lost.

Ne Il Trono di Spade era evidente che, a un certo punto della storia, Sandor Clegane – aka “il Mastino” - avrebbe affrontato il fratello Gregor, “la Montagna”, dopo che il loro rapporto conflittuale è stato messo in piedi nell’arco di tutto questo tempo. Era un debito narrativo che è stato onorato. Ci sono però, in quest'ultima stagione, delle risoluzioni che, a mio avviso, non sono state soddisfacenti rispetto alla loro preparazione.

Un esempio è la storyline di Varys: bel personaggio tenuto in vita per otto stagioni (anche se in panchina per le ultime quattro) e il cui contributo, a conti fatti, è stato irrisorio (l'invio delle lettere sulla reale identità di Jon Snow non è nulla che altri personaggi non avrebbero potuto fare). La sua backstory, accennata in passato e mai più ripresa, ci ha lasciato solamente con delle domande. Cosa diceva la voce nel fuoco la notte in cui il futuro Ragno Tessitore fu mutilato? Non lo sappiamo.

Anche la risoluzione di Arya Stark, che non ha avuto l'ultimo scontro con la sua nemesi Cersei (mentre ha ucciso indebitamente il Re della Notte, personaggio con il quale non aveva avuto nulla da spartire fino a quel momento) ha lasciato un senso di insoddisfazione. Il repentino mutamento caratteriale di Daenerys, poi, è stata una delle cose più difficili da digerire: affrettato, gratuito, non dovuto.

Fra i motivi della mancanza di equilibrio tra i debiti narrativi e le loro risoluzioni ci sono probabilmente il venir meno dei testi originali e l’accorciamento eccessivo delle ultime stagioni, che avrebbero avuto bisogno di un tempo maggiore per esprimere tutto il potenziale costruito in tanti anni di lavoro. Andare incontro alla delusione dei fan era uno dei tanti finali possibili, ma non l'unico.

Gli intrighi e i tradimenti sono stati da sempre uno degli elementi centrali della trama di Game of Thrones, ma mai avremmo aspettato che l’ultimo tradimento sarebbe stato fatto proprio a noi, fedeli spettatori dello show.

Un colpo di scena.

P. S. Vi segnalo due contenuti particolarmente interessanti su quest’ultima stagione: gli ultimi video del canale di PSA Stitch ("Why Season 8 of Game of Thrones Doesn't Work” Part 1 e Part 2) e il brillante articolo di Scientific American “The Real Reason Fans Hate the Last Season of Game of Thrones

1 Picturing Tolkien. Essays on Peter Jackson’s The Lord of the Rings Film Trilogy a cura di Janice M. Bogstad e Philip E. Kaveny