Sulle orme di un grande Maestro, il nuovo horror di Scott Derrickson strizza l’occhio agli amanti degli enigmi e unisce generi vecchi e nuovi.

Nel 1978, il sobborgo della città di Denver è sconvolto da una serie di sparizioni ad opera del "Rapace", un feroce serial killer che sceglie le sue vittime tra i bambini della scuola locale. Tra le grinfie del pericoloso assassino cade anche il giovane e intelligente Finney Shaw (Mason Thames), che vive con la sua famiglia nella ridente città del Colorado e che, nonostante le minacce dell'alcolizzato e violento padre e le continue vessazioni dei bulli della scuola, non ha mai imparato a difendersi da solo. All’interno dell’inospitale seminterrato, Finney si troverà alle prese con un male incomprensibile e un misterioso telefono nero che, in modo del tutto inspiegabile, lo metterà in contatto con i bambini imprigionati prima di lui, dandogli un’unica, preziosa occasione di salvezza.

Sono queste le premesse di Black Phone, l'ultimo film di Scott Derrickson tratto dal racconto di Joe Hill, scrittore e fumettista statunitense figlio d’arte nientepopodimeno che del Re del Brivido stesso: Stephen King. Un film che, nonostante alcune imperfezioni, non manca di regalare un’ora e mezza di sana tensione allo spettatore, dimostrandosi all’altezza delle aspettative.

Tale padre, tale figlio

Quando sei il figlio di Stephen King e decidi di fare del racconto la tua professione corri il rischio di rimanere sotto l’ombra di un padre dal nome ingombrante, nel tentativo di colmare un’impronta troppo grande per essere colmata. Non è questo quello che è successo a Joe Hill, pseudonimo di Joseph Hillström King.

Lo scrittore, che ha sfidato la fama del padre utilizzando uno pseudonimo slegato al nome di famiglia, ha accumulato negli anni numerosi successi sia in campo letterario che attraverso mezzi espressivi tutti suoi. Sua è la penna, ad esempio, che si trova dietro a Locke & Key, fortunata serie comics portata alla ribalta dall’omonima serie di Netflix giunta alla seconda stagione, o ancora dietro alcune delle serie di Hill House Comics, l’etichetta horror di DC Comics di cui è curatore.

Ma è nel racconto The Black Phone che Joe Hill percorre maggiormente il solco dell’eredità paterna. E lo fa non solo scrivendo una storia legata al mondo dell’orrore e del fantastico, ma misurandosi con temi squisitamente tratti dal repertorio paterno.

Come nelle storie di King, in The Black Phone si parla di una minaccia concreta, un male che - come in ogni favola oscura - prende di mira i bambini. Si parla, però, anche di un mondo adulto inadeguato, fatto di adulti alieni, incapaci di dialogare in maniera paritaria e fruttuosa con tutti i bambini, a partire dal proprio bambino interiore. Come spesso accade in queste storie, la risoluzione della vicenda è legata proprio nella rivincita dei bambini nei confronti del mondo adulto.

In questo senso, troviamo forti somiglianze con il romanzo It, uno dei romanzi più celebri del Re, e con il racconto Il Corpo, dal quale è stato tratto il film Stand By Me. Si tratta di storie nelle quali svolgono un ruolo di primo piano la solidarietà e l’amicizia, valori inestimabilii che esistono in una dimensione puramente infantile e che scompaiono progressivamente una volta avviata la delicata fase della trasformazione verso l’età adulta.

Come in questi racconti di Stephen King, in Black Phone troviamo un mondo interno situato entro i confini di una cerchia ristretta di bambini e ragazzi. In questo mondo resistono empatia e senso di comunità, mentre nel mondo esterno, minaccioso, questi valori sono perduti per sempre e predominano l’individualismo e la prevaricazione, personificati di volta in volta dal cattivo di turno.

Un “rapace” al massimo della sua forza

Il cattivo di turno, appunto. In questa pellicola è il Rapace, un rapitore enigmatico che, come molti altri criminali, si fa agente del caos seguendo un set di regole predefinite: un pattern, come direbbero i criminologi, un nuovo regolamento che prende il posto delle norme sociali.

Anche se di questo villain sappiamo ben poco e nulla ci viene detto rispetto alla sua storia e alle sue motivazioni, guardando il film la domanda che ci sorge spontanea è soprattutto una: si può caratterizzare un villain senza l’utilizzo delle espressioni del viso? Se ti chiami Eithan Hawke, la risposta è sì. L’attore - che ha già lavorato con Scott Derrickson in “Sinister”, apprezzatissimo horror del 2012 - riesce a dare vita a un personaggio iconico pur rimanendo per gran parte del film dietro la bellissima quanto terrificante maschera del Rapace.

Eithan Hawke è l’attore giusto. Non solo perché il suo cognome ricorda curiosamente il termine inglese che identifica il falco, uccello rapace per eccellenza, a suggellare una connessione quasi mistica con il suo personaggio (almeno nell’adattamento italiano), ma perché riesce, facendo utilizzo della sola voce e dell’espressività corporea, a trasmettere con efficacia tuttò ciò che serve. Riesce, perfino, a far emergere quel pizzico di follia e quindi imprevedibilità che è in grado di renderlo minaccioso agli occhi del piccolo Finney, e perciò anche ai nostri.

Ancora di più. Così come avviene in tanti altri film del genere, l’assenza totale o parziale del volto dell’antagonista amplifica il senso di inquietudine. Non siamo in grado di attribuire alcuna umanità, e quindi debolezza, a ciò di cui non vediamo il volto. Non è un caso, infatti, che la maschera del Rapace si sfili proprio nel momento in cui egli è più vulnerabile, in cui la paura ha avuto la meglio e la situazione è ormai fuori controllo.

Un seminterrato affollato, una città deserta

La fortuna di Black Phone si deve certamente, anche alla diffusione dei prodotti di tipo “Escape Room”. Da genere videoludico, infatti, l’escape room si è diffuso oggi attraverso diversi mezzi narrativi e ha dato vita a diverse produzioni di successo, delle quali l’horror “Escape Room”, del 2019, è solo la manifestazione più eclatante.

Così come, a partire da Edgar Allan Poe, passando per Agatha Christie e il Detective Conan, per oltre un secolo ci siamo divertiti con i gialli della camera chiusa, risolvendo misteri impossibili, oggi è l’escape room che va per la maggiore, genere diverso ma non meno ingegnoso. Nella escape room, ad essere impossibile non è l’omicidio, ma l’uscita, e in Black Phone, che è un perfetto esponente del genere, tutti i pezzi si incastrano alla perfezione.

E se questa “compiutezza” di trama è uno dei maggiori punti di forza della pellicola, che darà gran piacere agli amanti degli enigmi, il maggior punto di debolezza è da ricercare fuori dall’escape room, nelle strade desolate e nelle case di Denver, dove regna invece una maggiore inconcludenza.

Un seminterrato pieno, una città vuota. Nessuna delle trame che ci vengono presentate al di fuori della stanza - a partire dalle vicende della sorellina-prodigio Gwen (Madeleine McGraw) fino ad arrivare a quella del fratello-investigatore del Rapace (James Ransone) - aggiunge qualcosa di concreto alla trama, né contribuisce alla sua risoluzione. L’interruzione delle vicende di Finney in favore di questi personaggi finisce per smorzare la tensione e diluire troppo le parti di trama che hanno maggior potenziale.

Un vero peccato: lo stesso tempo di pellicola poteva essere utilizzato per fornire maggiori elementi di contesto, magari una backstory dell’antagonista o qualche dettaglio in più sulla storia familiare di Finney, a tutto vantaggio della solidità alla storia.

Concusioni

Pur ricordando, a più riprese, altre pellicole del genere, Black Phone non stenta a trovare la propria unicità. L’originalità dell’idea di partenza, l’accurata messa in scena e un casting particolarmente ispirato fanno di questa pellicola un prodotto eccellente, che vi terrà con il fiato sospeso e rievocherà, a tratti, paure dell’infanzia mai sopite.